Il 25 del mese.
Nessuna guerra televisiva con cui banchettare allegramente quest’anno.
Neppure cadute di storici muri di cui gioire, solo una protesta, a Belgrado, peraltro
tardiva per smuovere afflati di partecipazione ideale. Resta uno sterminio per fame in qualche posto laggiù nella savana. Troppo poco per stimolare la sfacciata ingordigia e le insensate abbuffate del vituperato occidentale.
Ho deciso: in tempi di cerchi e botti, di compromessi insomma, ne farò uno con me stesso il 25 del mese.
Non santificherò ciò che non mi appartiene, ma un 20 minuti di Petrucciani non me li toglie nessuno, perché se Dio esiste e suona il piano, suonerebbe come Michel.
Mi asterrò dal sacramentare ai jingles del mio cattolicissimo vicino, quantunque ben eseguiti alla tastiera, non ho mai capito perché li debba puntualmente elargire alle 9 del mattino.
Mangerò poco per placare la mia ipocrita coscienza, ma non rinuncerò al baccalà in umido con una buona bottiglia di vino bianco secco.
Sopporterò con stanca rassegnazione l’usuale scalpiccio per le scale condominiali prima e dopo la mezzanotte.
Non ficcherò le dita negli occhi al primo malcapitato che oserà apostrofarmi con un augurio che sa di stantio.
Da ultimo: non calpesterò quello strano insetto dal dorso marron, a forma di rombo, dal ventre verdognolo, con un paio di piccole antenne divaricate protese in avanti, che da qualche tempo se ne va zampettando apparentemente senza meta sul pavimento sporco della cucina. Non lo calpesterò. No, lo solleverò delicatamente fra indice e pollice. Lo degnerò d’un lungo sguardo serioso da entomologo, e poi lo inghiottirò.
Vivo.
(del poeta Dino Cervetto. che purtroppo io non ho conosciuto).
