Ogni mattina per andare a lavorare è un lungo tragitto.
7 minuti di motorino
35 minuti di treno
5 minuti di sottopassaggio
svariati minuti di attesa autobus
20 minuti di autobus
Ogni mattina per andare a lavorare è sveglia alle 5.45. è buio dentro e fuori. Sono occhi incollati dal sonno, guanti sciarpa cappello e naso gelato mentre inforco il mio bravo arancione e corro verso la stazione. Ogni mattina è un cappuccino in tazza bollente mentre aspetto il treno. Quasi ogni mattina è un cappuccino abbandonato sul banco del bar della stazione, giusto il tempo di scaldarsi le mani. Difficilmente riesco a berlo tutto. Ogni mattina sono le stesse facce sul treno. Gli stessi discorsi. Le stesse fermate. Ogni mattina lo stesso identico paesaggio scorre fuori dal finestrino seguendo la stessa identica sequenza . Normalmente dormo,cullata dalle vibrazioni del treno, immersa in quel torpore appoggio la testa al finestrino e mi lascio portare via. Ogni tanto apro gli occhi, mi basta un fotogramma per capire dove sono. e quanto ancora posso dormire. Ogni mattina scesa dal treno come un piccolo automa mi avvio verso il sottopassaggio. E’ lì che mi sveglio. Pian piano. Attraversare quel tubo è un po’ come sbucare fuori, affacciarmi, rimettermi al mondo, ogni mattina. Il sottopassaggio è lungo 5 minuti, perché in metri io non so contare. Intorno al terzo minuto, ogni mattina, vive un uomo . La sua casa è un giaciglio di cartoni circondata da buste di plastica. E’ un immagine fissa, ogni mattina, silenziosa, appoggiata all’angolo del sottopassaggio. Ai margini del tubo. Un giorno ci siamo guardati . un sussulto. L’uomo aveva grandi occhi limpidi. E stanchi. Colmi di vita. un vuoto a perdere. Quello sguardo mi restò appiccicato tutto il giorno fino a sera e poi il giorno dopo ancora, quando avvicinandomi al terzo minuto del sottopassaggio mi accorsi che le gambe mi tremavano e uno strano buco nello stomaco mi impediva di respirare regolarmente. Trattenni il fiato i filai dritta. Che io sono timida. Posso dire che non ci siamo mai più guardati. Ci sbirciavamo distrattamente, così, con la coda dell’occhio. Come a dire ci sei, ci sono. Tu sei l’uomo che vive sui cartoni, io sono la ragazza che passa di qui, ogni mattina. Inventavo per lui una vita nuova ad ogni passaggio . Un giorno era un poeta un altro un musicista. Un amante abbandonato. Un angelo caduto. Chissà , pensavo, se anche tu nel vedermi ogni giorno passare inventi qualche vita per me. Una mattina aveva piovuto a dirotto. Mi ero bagnata completamente nei 7 minuti di motorino. Ero fradicia. E fradicia sono scesa dal treno. Così quando arrivai alla stazione comprai un piccolo ombrello. Attraversai come ogni mattina il sottopassaggio, e quando intorno al terzo minuto incominciai a sentire la danza delle farfalle nella pancia, vidi che lui, quella mattina, mi guardava. E sorrideva.Sorrisi anch’io, ben al riparo sotto l' ombrello. Ero felice di una felicità molto stupida. Che la gente quando si innamora diventa così. Mi aveva guardata e aveva sorriso. Solo quando uscii dal sottopassaggio mi fu tutto più chiaro. L’uomo del terzo minuto aveva sorriso nel vedere una ragazza completamente bagnata, coi capelli gocciolanti e la giacca fradicia, che stava attraversando un sottopassaggio lungo 5 minuti, con un ombrello aperto sulla testa. Risi da sola quel giorno sull’autobus. Risi con la testa bagnata appoggiata al finestrino. Risi da sola come fanno i pazzi. Tutto intorno gli sguardi imbarazzati delle altre persone, quelle normali. Quel giorno ricevetti la lettera di licenziamento, mancava una settimane a natale. Così ricevetti anche il mio pacco di natale. Ma vaffanculo voi e il vostro pacco di natale. Decisi che quel pacco non lo avrei tenuto. Lo avrei regalato. sì, all’uomo del sottopassaggio. Non so cosa avrei detto, qualcosa tipo senti io non lo posso tenere è una storia un po’ lunga, è tutta roba buona eh! Solo che io non lo posso tenere. Attraversai il sottopassaggio due volte, con quel pacco stretto tra le braccia cercavo di ordinare alle mie gambe di fermarsi da lui. Niente, nulla da fare. Non ci riuscivo. Lasciai il pacco ad un uomo accovacciato poco distante . Un suo vicino di strada. Magari, gli dissi, lo divida con gli altri. E per l’ultima volta attraversai quel sottopassaggio.
Un anno e mezzo dopo, è primavera. La gente sbuca dalle case, dai bar dagli uffici. Cammina per le strade, si riunisce nelle piazze. C’è una bella luce tutt’intorno e l’aria è finalmente tiepida, e limpida. Io sono seduta per terra, su un marciapiede muretto. Chiacchero con un amico e sono chiacchere soffici, leggere. Come questo tempo. “sei tornata” sento. alzo gli occhi. è lui, l’uomo del sottopassaggio. Questa volta sono io a guardarlo dal basso verso l’alto. Vorrei rispondere, poter dire qualcosa. ma cosa. Abiti sempre là sotto? Ti è arrivato un pezzo del mio pacco di natale? neanche una bottiglia di vino? .
e invece sussurro “io veramente non ci sono mai stata, semplicemente passavo di lì ”
ma intanto lui, è già andato via.